Tudor ritrova la Juve dopo l'addio al veleno: deluso da Pirlo, 'superato' da Baronio, ora vuole la sua rivincita

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Tra il 1996 e il 1998 Romano Mattè - ex allenatore giramondo, all'epoca scout della Juve - fece avanti e indietro Verona (dove abita)-Spalato parecchie volte. Uno dei suoi contatti gli aveva segnalato un ragazzone alto e grosso che meritava di essere visionato. Tudor - figlio di un direttore di generi alimentari e di una casalinga - giocava nell’Hajduk Spalato, il club della città dov'è cresciuto. Le relazioni di Mattè furono eccellenti, la Juve si convinse a prenderlo. Comincia così - più di vent’anni fa - la storia bianconera di Tudor: una storia di destini legati a doppio filo, anche stavolta che Igor affronterà la Juventus da avversario, con quel Verona che ha preso in mano alla 4ª giornata e ha portato di peso oltre la soglia del pericolo, con 12 punti conquistati in 7 partite in quel Bentegodi dove sono già cadute due big come Roma (3-2) e Lazio (4-1).

Alla fine degli anni ’90 Tudor giocava da «pilone» davanti alla difesa, era un mediano imponente nei movimenti ma dotato di buona tecnica. Tomislav Ivic - maestro di calcio slavo e uno dei più rinomati allenatori dell'epoca - disse che somigliava «un po’ a Desailly e un po’ a Rijkaard». Mattè però aveva visto lungo. Ai dirigenti della Juve spiegò che il ruolo in cui Tudor si sarebbe espresso meglio era quello del centrale difensivo, giocando lì - in difesa - si sarebbe rivelato uno dei migliori prospetti a livello europeo. E così fu. La profezia di Mattè trovò forma concreta nei sei anni e mezzo che Tudor passò alla Juve. Era costato circa 8 miliardi di lire, venne presentato insieme ad un altro slavo, il serbo Zoran Mirkovic, che arrivava dall’Atalanta e che non ha mantenuto le promesse di inizio carriera. Si può tranquillamente dire che tutta la sua carriera sia concentrata in quel periodo (1999-2005) con la maglia bianconera. Una carriera ristretta, perché il passaggio al Siena, il rientro alla Juve in B (ma senza mai scendere in campo per un infortunio alla caviglia) e il definitivo ritorno a casa all’Hajduk non sono certo state tappe significative. Cinque anni ad alto livello, questo è stato Tudor. Che a trent'anni era già - suo malgrado - un ex giocatore, costretto a lasciare la scena a causa dei continui problemi fisici. E’ in questo periodo che si concentra anche la sua esperienza con la Nazionale croata (55 presenze e 3 gol), con la semifinale al Mondiale di Francia che rappresenta il punto più alto della generazione di Boban e Suker. Il ventenne Tudor quel giorno era in panchina. Giocherà da titolare - invece - il Mondiale del 2006. A quarant'anni era già allenatore.

Si è formato alla scuola di Lippi (con cui ha vinto due scudetti), qualcosa ha preso anche da Ancelotti, soprattutto nella gestione dello spogliatoio: sono loro i suoi allenatori di quegli anni a Torino, prima dell’esperienza da vice con Edi Reja all’Hajduk. In bianconero si è tolto anche la soddisfazione di segnare qualche gol pesante, uno per tutti, quello in pieno recupero agli ottavi della Champions League 2002-03 contro il Deportivo La Coruña. Con Montero ha formato una coppia inossidabile di centrali: duri, rudi, cattivi quanto serviva. Ad un certo punto - con alcuni compagni di squadra - è scivolato anche in una storia torbida di acrobazie tra le lenzuola e fantomatiche case di massaggi proibiti (lo scandalo del Viva Lain), ma senza che ciò intaccasse il suo percorso professionale. La duttilità che aveva da giocatore è una caratteristica che ritroviamo anche nel Tudor allenatore, formatosi tra i campi di casa (Hajduk),Grecia (Paok) e Turchia (Karabukspor e Galatasaray), prima di arrivare in Italia (a Udine, dove da subentrante ha centrato due salvezze) e oggi a Verona.

Tudor la Juve l'ha anche allenata. Da collaboratore tecnico di Pirlo, l'anno scorso. Ci ha creduto per un po’. Poi si è sfilato. O meglio: si è sentito superato nel ruolo di vice da Baronio. E ha fatto un passo a lato. L'addio è stato al veleno, sono volati gli stracci. Nei confronti della società, perché Tudor ha definito «ingiusto» l'esonero a fine stagione nonostante la qualificazione in Champions. E soprattutto nei confronti di Pirlo, da cui tra l'altro era stato scelto. «Sono rimasto molto deluso da lui», ha detto Igor la scorsa estate. Deluso perché - come detto - Pirlo «mi ha messo sullo stesso livello degli altri suoi assistenti. Ma questa esperienza mi è servita: non farò più il secondo, perché io invece sono un allenatore». E lo sta dimostrando alla grande sulla panchina del Verona.

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