Tutti in piedi, esce Maradona

Alessandro Eremiti
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Sai amore che qui c'è uno che dice di essere Napoleone... e tutti gli credono. Poi c'è un altro, che dice che è il Papa... e tutti gli altri gli credono. E io amore mio, io dico che sono Maradona... e non mi crede nessunoDal film "Maradona - La mano de Dios"

"Ammazza e chi sei...Maradona?". Quante volte abbiamo sentito questa frase nel campetto sotto casa, nel campi di provincia o anche allo stadio quando uno dei protagonisti in campo sorprendeva chi era sulle tribune con una giocata o un gesto fuori dal comune. E quanto orgoglio, quanta emozione, quando quelle parole magiche erano rivolte a noi. Poco importava se il campo era d'asfalto, la porta era un cancello e i difensori non erano Gentile o Cabrini, ma Stefano e Dodo, venuti lì solo perché volevano stare in compagnia. Dettagli. Inutili dettagli. Inutilissimi. Avevamo ricevuto palla da Raffo che per noi era molto meglio di Careca - perché sapeva esattamente cosa avremmo fatto - e poi dribblato uno, due, tre avversari prima di tirare e fare gol. E in quell'istante eravamo i più felici del mondo. Eravamo Maradona. Non Totti, non Del Piero, non Zidane. Neanche Ronaldo - il Fenomeno s'intende- che comunque ci avrebbe fatto felicissimi, ma non era la stesso. Eravamo Maradona. La cosa più bella, più grande che si potesse essere in un campo da calcio.

Tiro lo stesso. Tanto gli faccio gol comunqueDiego Armando Maradona, 3 novembre 1985

"Chi te credi d'esse...Maradona?". Un luogo beffardo, il rettangolo verde. Si può passare dal paradiso all'inferno in un istante. Quante volte nelle fredde mattine invernali abbiamo provato controlli che non riuscivano, giocate impossibili e acrobazie senza senso. E più non riuscivano, più insistevamo. Quante volte abbiamo preferito un dribbling di troppo - con Stefano e Dodo riusciva sempre - invece di cercare il compagno libero. "Se lo rifai ti levo", diceva il mister. E noi, puntualmente lo facevamo ancora. Poi il fischio secco dell'arbitro, il nostro numero sul tabellone e via a testa bassa verso la panchina cercando conforto nelle mani dei nostri compagni, che ci battevano il cinque mentre da dietro il vocione pronunciava quella frase che tanto odiavamo. "Sì. Me credo d'esse Maradona", ripetevamo a noi stessi senza dire niente. Non Ronaldinho, non Kakà, non Henry, che comunque ci avrebbe fatto felicissimi, ma non era la stesso. Perché Maradona era un'altra cosa. A Maradona riusciva tutto e anche se non lo avevamo mai visto giocare era così e basta. C'erano gli altri, tutti gli altri. E poi c'era Maradona.