A tutto Armando Izzo: da Scampia alla Nazionale italiana, dalla miseria economica alla ricchezza umana

Mattia Gruppioni
·6 minuto per la lettura

Armando Izzo si racconta. Lo fa nella maniera più semplice, naturale, umile e coinvolgente possibile, dicendo la verità, raccontando la sua vita a Cronache di Spogliatoio e narrando con grande umanità ed il coraggio che da sempre lo contraddistingue la propria scalata, dal quartiere più malfamato di Scampia al Torino, passando per la fame, la povertà e la perdita del padre ed arrivando dunque, infine, alla Nazionale italiana. Questo è Armando Izzo, uomo che mai ha mollato, che mai ha sputato nel posto in cui è cresciuto da ragazzino e che mai, nemmeno per scherzo, si è arreso.

Armando Izzo in maglia Azzurra | Claudio Villa/Getty Images
Armando Izzo in maglia Azzurra | Claudio Villa/Getty Images

In quella che possiamo definire la sua autobiografia, il difensore del Torino spiega la propria vita, tra difficoltà, emozioni, avversità quotidiane davanti alle quali chiunque avrebbe potuto arrendersi. Non lui. Lavorava nella piccola salumeria dello zio: lo stesso zio che, per permettergli di giungere a fine mese ed aiutare economicamente la famiglia, decise di affidargli le consegne a domicilio della propria attività. Armando, in età pressoché adolescenziale, si vedeva costretto a salire le scale, infinite, lunghe, umide e deserte di una palazzina di dieci piani, a metà della quale si fermava, per riposare. Ma doveva portare a termine il lavoro giornaliero: per 20 euro in più, per la madre, per la famiglia, per sopravvivere.


Il tutto in un luogo non comune, come non era certamente Scampia. Ed a detta sua "Quando nasci a Scampia non sai cosa c’è fuori, non vedi altre prospettive". Rispettato, temuto, tenuto anche lontano dalla malavita che i suoi stessi amici conducevano e vivevano, tra chi spacciava, chi beveva, chi rubava. Sin da giovane, egli mostrò infatti le proprie abilità calcistiche ed i suoi amici, veri dobbiamo dire, videro per primi in lui una speranza di vita diversa, dalla loro e da chi generalmente cresce in quel quartiere.

Parma Calcio v Torino FC | Alessandro Sabattini/Getty Images
Parma Calcio v Torino FC | Alessandro Sabattini/Getty Images

A volte non mangiava, a volte mangiava sia a pranzo che a cena un po' di biscotti con latte caldo, da lui riscaldato mentre la madre era a lavoro. La stessa madre che, quando Armando scendeva dal palazzo, si raccomandava di non stare nei pressi immediatamente circostanti a questo, perché pericolosi e pieni di persone che facevano uso di droga ed alcol, avvicinandosi e balbettando qualcosa tra i denti.

Tornando agli amici, Izzo spiega come le partitelle fossero una vera e propria battaglia per la sopravvivenza: ma anche qui, c'era rispetto. Tra bambini, pregiudicati, figli di mafiosi, Armando era sempre il primo ad essere scelto, per il discorso che precedentemente enunciavo, sebbene egli non vedesse la carriera da calciatore nel suo futuro prossimo. "Non pensavo che sarei diventato un calciatore, proprio perché quando sei lì non vedi prospettive. Ne esce uno ogni 50 anni. Insieme a me ce l’ha fatta Gaetano Letizia, che è del mio quartiere. Una cosa era certa: quando nasci senza niente, l’unica cosa che puoi mettere in palio è il cuore."

Sentimenti, dunque: gli stessi provati da subito e per sempre per le figure genitoriali. Aspettava ansiosamente il padre, di ritorno dai suoi lunghi viaggi lavorativi, e ne riconosceva il fischio, che significava semplicemente una cosa: un nuovo pallone portato a casa e con cui giocare. E per accoglierlo, il giovane Armando correva per le stesse scale dove, durante il giorno, spendeva le proprie ore ed il proprio sudore. Ma in quei momenti significavano semplicemente felicità.

Izzo durante la sua esperienza a Genova, allenato da Gasperini | Marco Luzzani/Getty Images
Izzo durante la sua esperienza a Genova, allenato da Gasperini | Marco Luzzani/Getty Images

La prima chiamata dal mondo del calcio arriva da Napoli, ma all'attuale difensore granata interessavano i soldi. E non per un discorso egoistico, ma puramente legato al mantenimento della famiglia: non poteva permettersi di non ricevere liquidità dalla società partenopea e decise di rifiutare. Due anni dopo, altra possibilità: questa volta Izzo accetta, aiutato e convinto dal suo futuro agente, Paolo Palermo, che stipendiò il ragazzo a costo di non farselo sfuggire. Lo stesso ragazzo, esordendo anni dopo col Genoa, diede la soddisfazione più grande al padre, che da piccolo lo accompagnava al San Paolo e che, prima di morire, affidò le chiavi della famiglia allo stesso Armando. "Sapeva già tutto. Quel giorno la mia famiglia piangeva, io no. Ero già proiettato su come
accudirli e salvarli."

Armando Izzo | Jonathan Moscrop/Getty Images
Armando Izzo | Jonathan Moscrop/Getty Images

"La fame mi ha portato dove sono e non ho paura di tornare indietro. Né di guardare in quel buco nero. Mi chiamavano ‘Ignorante’, ma sono un ignorante onesto. Non ho vergogna, solo orgoglio. A me piacciono le sfide, vivere la vita con adrenalina. Non provo dolore, non provo emozioni, solo voglia di competere." Come quella volta, per conquistare la futura moglie Concetta, invaghita di un altro ragazzo ma alla fine convinta, grazie anche al lavoro mediatore di un'amica: rimase incinta, visse i Mondiali 2006 con Armando, in modo del tutto naturale, spontaneo ed il più vicino possibile alla nostra esperienza personale di quell'anno.

"Nella vita contano i gesti, non i soldi."
La riprova di questa affermazione viene testimoniata da Walter Mazzarri che, dopo una seduta di allenamento dedicata alla corsa, chiamò a sé lo stesso Armando, chiedendogli come avesse corso ed infine dando al proprio agente contanti, per permettersi un paio di scarpe da tennis.
"Era il primo giorno e non avevo le scarpe da ginnastica. Non fu per i 50 euro, ma per il gesto. Quando ci siamo ritrovati a Torino mi ha ringraziato per le belle parole che avevo speso per lui negli anni."

Armando Izzo e Paulo Dybala | MB Media/Getty Images
Armando Izzo e Paulo Dybala | MB Media/Getty Images

Infine, il difensore italiano spiega come la sua storia sia particolarmente simile a quella di Paulo Dybala, con cui condivide l'origine in un posto povero, umile e desolato oltre che la prematura scomparsa del padre. Ed in un discorso totalmente in chiave etico-morale, afferma come non sia stato facile lasciare un posto tanto brutale quanto famigliare, a cui ci si affeziona e lega per tanti motivi: lasciare Scampia, per Armando, ha significato lasciare famiglia, legami, amicizie, partitelle di pallone in cui si combatteva per l'onore del rione, in cui si lottava per avere e dare rispetto, nonché per sfuggire dalla malavita. Lasciare casa, dunque: "quando ci sono tornato, l’ho fatto da persona migliore. Da esempio, da speranza. Quello che voglio essere per voi. Quando vengo lì, io mi sento forte grazie a voi".

Indistruttibile, mai fermato e mai arreso. Uomo vicino agli altri, vicino a noi: Armando Izzo.

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