Ulteriori riflessioni sul Paradosso di Gibson

Il Paradosso è uno dei fatti empirici più complessi nell'intero campo dell'economia quantitativa. – John Maynard Keynes

Il Paradosso di Gibson resta un fenomeno empirico senza una spiegazione teorica. – Friedman & Schwartz

Nessun problema in economia è stato così tanto discusso. – Irving Fisher

Introduzione

Due anni fa ho trovato una soluzione soddisfacente al Paradosso di Gibson. Il Paradosso è importante perché ha dimostrato che tra il 1750 e il 1930 i tassi d'interesse in Gran Bretagna erano correlati al livello generale dei prezzi e non avevano alcuna correlazione con il tasso d'inflazione dei prezzi. E da quello che scrissero Friedman e Schwartz, una spiegazione teorica era estranea anche ad economisti eminenti, così preferirono presumere che la teoria quantitativa della moneta fosse la guida corretta per la relazione tra i tassi d'interesse ed i prezzi. Pertanto la risoluzione del Paradosso vuole che sia smentito il presunto collegamento tra i tassi d'interesse, la quantità di denaro e l'effetto sui prezzi.

Il Paradosso di Gibson ci dice che la base della politica monetaria è fondamentalmente errata. La ragione per cui questo errore è stato ignorato, è che nessun economista neoclassico è stato in grado di stabilire perché il Paradosso di Gibson sia valido, come mostrano le citazioni introduttive. Di (KSE: 003160.KS - notizie) conseguenza questo argomento poco conosciuto, ma molto importante, non viene quasi mai discusso al giorno d'oggi ed è molto probabile che molti dei banchieri centrali di oggi non ne siano a conoscenza.

La relazione tra i tassi d'interesse e il livello generale dei prezzi è rimasta in piedi fino agli anni '70. Questo articolo riassume perché il Paradosso di Gibson abbia funzionato, perché i tassi d'interesse non sono correlati con l'inflazione dei prezzi e le ragioni per cui non è risultato evidente dopo gli anni '70.

Per facilità di riferimento, ecco i due grafici riprodotti dal mio articolo originale a cui fa riferimento il Paradosso: il primo ci illustra la correlazione tra i tassi d'interesse e il livello dei prezzi; il secondo la mancanza di correlazione tra i tassi d'interesse e il tasso d'inflazione in Gran Bretagna, l'unico Paese in cui è disponibile una statistica così lunga.

Risolvere il paradosso ha significato rispondere ad una domanda molto semplice: il tasso d'interesse è impostato dalla domanda del mutuatario sulla base di ciò che è disposto a pagare, o è impostato dal tasso d'interesse richiesto dal risparmiatore in cerca di un rendimento sui suoi soldi? L'ipotesi neoclassica dice che in un mercato libero ciò che controlla il tasso di prestito è quanto il risparmiatore richiede per separarsi temporaneamente dall'uso del suo denaro, e il mutuatario è alla sua mercé.

Infatti tutta la letteratura che risale ai giorni pre-keynesiani presuppone che siano i consumatori a decidere i tassi d'interesse, dividendo il consumo tra ciò che è necessario oggi e ciò che dovrebbe essere risparmiato per il futuro. Il problema che preoccupava i teologi era quello di risparmiatori avidi, moralmente colpevoli di usura. Le due principali religioni monoteistiche, il Cristianesimo e l'Islam, sostenevano che l'usura fosse un peccato, e l'Islam ancora oggi insiste che i suoi seguaci non debbano concedere prestiti ad interesse. Anche la visione di ricchi oziosi che vivevano del reddito del loro capitale alimentava il sentimento post-marxista. Il pregiudizio di opinione è sempre stato contro il risparmiatore apparentemente inattivo e in favore del debitore industrioso. Il risparmiatore è visto come un cattivo, e persino la politica della banca centrale oggi è prevenuta nei suoi confronti.

L'ipotesi secondo cui è il risparmiatore a richiedere il tasso d'interesse ha attraversato tutta la storia nota dell'economia e trova la sua espressione più recente in Keynes, il quale voleva eliminare del tutto il risparmio. [1] Definì i risparmiatori "redditieri", una brutta parola che suggerisce un uomo ricco che affitta il suo capitale incamerando profitti dagli sforzi degli altri. Ho trovato solo un'eccezione a questa visione comune nei libri di testo: La teoria del denaro e del credito di von Mises. Egli affermò che la domanda di capitale assume la forma di una domanda di denaro. [2]

Quindi, il denaro è domandato. Il punto di vista di Mises sul rapporto tra denaro e prestiti, che Keynes nella sua Teoria Generale ammise di non comprendere, [3] stravolge le ipotesi religiose e socialiste sul risparmiatore malvagio. Secondo von Mises questa figura fornisce un servizio agli imprenditori, mettendo a loro disposizione capitale per la produzione. Nello stesso libro possiamo leggere questo passaggio: "I beni strumentali o di produzione traggono il loro valore dal valore dei loro potenziali prodotti, ma di norma rimangono un po' al di sotto di essi. Il margine con cui il valore dei beni di capitale è inferiore a quello dei loro prodotti attesi, costituisce l'interesse; la sua origine risiede nella differenza naturale tra i beni presenti e i beni futuri." [4]

Stando così le cose, il tasso d'interesse è determinato da ciò che il mutuatario pagherà per assicurarsi una proficua produzione di beni futuri, non ciò che richiederà un redditiero usurario, come ritenevano Keynes e altri.

L'imprenditore imposta il prezzo del prestito poiché non deve per forza prendere in prestito, può anche non farlo. Nei suoi calcoli tenterà di quantificare i suoi costi fissi e marginali di produzione, e la capacità produttiva aggiunta fornirà ulteriori capitali. Deve stimare il valore generale della sua produzione extra, in modo da valutare i suoi profitti al lordo degli interessi. È quindi in grado di stimare l'interesse che è disposto a pagare per garantire il capitale necessario ad una produzione praticabile. L'aspettativa dell'imprenditore sui valori generali è quindi legata al costo del prestito. È per questo motivo che l'interesse pagato da un produttore ed i valori generali sono correlati, e quindi ecco perché i tassi d'interesse sono correlati al livello generale dei prezzi.

Implicazioni per la politica monetaria

Avendo stabilito perché i rendimenti obbligazionari sono correlati al livello generale dei prezzi, dobbiamo ora mostrare perché non sono correlati al tasso d'inflazione dei prezzi. È facile comprendere come la quantità di prestiti per scopi produttivi, in contrapposizione alla quantità di denaro, possa essere regolata dai tassi d'interesse e, in effetti, se si aumentano i tassi d'interesse, meno opportunità di produzione saranno redditizie e meno ne saranno intraprese. Pertanto esiste un collegamento tra i tassi d'interesse e il modo in cui viene utilizzato il denaro. Il motivo per cui questo non si sia tradotto in una correlazione tra i tassi d'interesse e il tasso d'inflazione è rappresentato dai cambiamenti nei tassi d'interesse, i quali riflettono solo i cambiamenti nell'allocazione del denaro tra consumi immediati e risparmi. Potete cambiare la quantità di denaro nell'economia quanto volete, ma suddetta ipotesi resta ancora vera.

Immaginate per un momento un'economia senza la banca centrale che impone tassi d'interesse sul libero mercato, limitandosi a prendere nota dell'emissione delle obbligazioni ed essere prestatore di ultima istanza. Se i tassi d'interesse aumentano, ciò accade perché ci sono meno risparmi relativi alla domanda di investimenti, e c'è più denaro che viene utilizzato per il consumo immediato. Allo stesso modo, se i tassi d'interesse diminuiscono, ciò riflette una maggiore offerta relativa di risparmi e una percentuale inferiore di reddito destinato al consumo immediato.

La quantità complessiva di denaro è irrilevante in questa relazione. Se raddoppiate la quantità di denaro, fintanto che raddoppiate il denaro destinato al consumo che al risparmio, i tassi d'interesse rimarrebbero invariati. Pertanto, le misure monetarie più ampie possono espandersi o contrarsi, indipendentemente dai tassi d'interesse impostati dal mercato.

Quindi, i tassi d'interesse non controllano la quantità complessiva di denaro, demolendo così una pietra miliare del monetarismo. Il grafico 3 illustra questo punto, in cui la crescita del denaro in circolazione in dollari USA segue un percorso di crescita costante con scarse variazioni su lunghi periodi, mentre i tassi d'interesse oscillano, a volte violentemente, con un effetto minimo o nullo sulla quantità di moneta.

È per questo che falliscono i tentativi di controllare la crescita dell'offerta di moneta gestendo il tasso d'interesse. Quando una banca centrale riduce i tassi d'interesse, il dialogo verte sempre sulla promozione di una ripresa economica. I commentatori parlano di stimolare l'economia, stimolare il consumo e stimolare la produzione, senza voler capire che i cambiamenti nei tassi d'interesse possono solo riflettere cambiamenti nella totalità del consumo attuale e futuro, stimolandone uno, ma soffocando l'altro.

Quando una banca centrale imposta un obiettivo d'inflazione, ci si aspetta che la domanda di credito bancario possa essere frenata aumentando i tassi d'interesse, così come il tasso d'inflazione dei prezzi. Ma come ha dimostrato il Para Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online