Un giglio sul bavero come seme di un'amicizia eterna: nel nome di Romeo Menti

Matteo Baldini
·3 minuto per la lettura

Il ricordo della tragedia che vide perire il Grande Torino a Superga, nell'incidente aereo avvenuto nel pomeriggio del 4 maggio 1949, presenta in rassegna storie personali e sportive tanto rare quanto indelebili, vicende umane tramutatesi d'improvviso in epitaffi o questioni quotidiane divenute leggende. E così il percorso di ognuna delle vittime aveva radici precedenti e ha avuto una eco successiva, amplificando la potenza del ricordo stesso. Tutte tracce, queste, del modo che le tragedie epocali hanno di cristallizzare il presente e di lasciarlo così com'è, ma al contempo, tutti semi capaci di far crescere e maturare qualcosa di diverso nel futuro.

Ricordo del Grande Torino | Jonathan Moscrop/Getty Images
Ricordo del Grande Torino | Jonathan Moscrop/Getty Images

E se il nome del Torino non potrà mai slegarsi dal 4 maggio '49 è altrettanto vero che, in tutta Italia, resistono segni del passaggio di quella squadra così grande e vincente, segni soprattutto degli uomini che quella squadra la componevano. Il ruolo di Romeo Menti appare emblematico, a dir poco, riflettendo sugli intrecci così ramificati di quella tragica storia: all'ala vicentina, ad esempio, furono intitolati a suo tempo ben quattro impianti sportivi, in territori geograficamente distanti (Vicenza, Castellammare di Stabia, Montichiari e Nereto). Ma non si tratta solo del riconoscimento postumo, per quanto onorevole e giusto, ma di intrecci creati ancor prima della tragedia: creati sì da calciatore, col ricordo più che positivo lasciato in ogni squadra, ma ancora di più da uomo.

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Qui subentra Firenze, subentra la città che Menti fece innamorare riportando la Fiorentina in Serie A e regalandole il primo trofeo della sua giovane storia: la Coppa Italia 1939/40. Un innamoramento ricambiato a pieno dal giocatore, che scelse (come tanti campioni e come il suo compagno di squadra, il triestino Ferruccio Valcareggi) di fare di Firenze la sua città e che proprio nel capoluogo toscano conobbe quella che nel 1942 diventò sua moglie, Giovanna Baldasseroni. Il passaggio al Torino nel 1941 rappresentò certo uno strappo, a livello umano, un passaggio fondamentale di ambizione ma una tappa non semplice per via di quel legame così speciale con la sua nuova casa. Sportivamente Menti continuò a rendere al massimo anche lontano da Firenze, senza patire l'allontanamento, e finì per lasciare un timbro, un punto indelebile, sulla storia del Grande Torino: suo l'ultimo gol di quella squadra, prima della tragedia di Superga, in quella partita amichevole disputata a Lisbona che condusse poi all'epilogo più tremendo possibile.

Romeo Menti | Alessandro Sabattini/Getty Images
Romeo Menti | Alessandro Sabattini/Getty Images

E i due fili che si riannodano, quello umano e quello sportivo, danno vita a legami profondi e tuttora pulsanti, pur tra mille alti e bassi e tra qualche futile incomprensione. Chi volesse vedere il gemellaggio tra Torino e Fiorentina come un mero gioco delle parti, tenuto su nell'intento di contrastare il gigante juventino in veste di nemico comune, sottovaluterebbe insomma le radici di un legame figlio dell'amore e non dell'odio comune. Una storia nata dall'amore di un ragazzo vicentino per la città di Firenze, dall'amore di Torino per uno degli artefici di quella pagina leggendaria di sport, dall'incrocio tra tutte queste singole parti. Difficile pensare che, senza Romeo Menti, il sodalizio viola-granata potesse essere quel che poi è diventato: la solidità e la natura storica del binomio non è dunque una storia "contro" ma un tipo speciale di omaggio, duraturo e senza macchie portate dal tempo.

Nelle macerie di quel disastro, insomma, Menti fu riconosciuto grazie a un piccolo distintivo che lo seguiva, al simbolo della Fiorentina appuntato sul bavero della giacca: nella fine del Grande Torino era già scritto quel che, nei decenni, sarebbe accaduto.

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