Un'eredità preziosa e un presente nero: Vlahovic-Dragowski, debiti viola col passato

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Matteo Baldini
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Individuare note liete e pagine meno amare nella stagione della Fiorentina è un esercizio tanto arduo quanto, per assurdo, semplice: arduo poiché si tratta di un'annata, l'ennesima, che vede arrancare una squadra partita con tutt'altre aspettative, forte quest'anno di un monte ingaggi più robusto (il settimo in Serie A), presa ancora nelle reti di una classifica pericolosa divenuta, in modo sinistro, familiare. Si tratta in sostanza di salvare il salvabile e di aggrapparsi a quelle rare certezze offerte dal campo: in questo caso ci viene in aiuto il consueto pensiero secondo cui l'asse portante di una squadra si fonderebbe, banalmente, su un portiere affidabile e su un centravanti che segna.

Vlahovic esulta con l'Atalanta | Gabriele Maltinti/Getty Images
Vlahovic esulta con l'Atalanta | Gabriele Maltinti/Getty Images

Caselle che, in un attimo, trovano la loro collocazione diretta nello scacchiere gigliato: da un lato Bartlomiej Dragowski, dall'altro Dusan Vlahovic. Due nomi e due profili che, sempre in un lampo, riportano a strade di mercato percorse da una Fiorentina già lontana: quella dei Della Valle, quella di Pantaleo Corvino e del suo debole mai nascosto per l'est europeo del pallone, fucina di talenti, occasioni, pianticelle da coltivare. Un debole reso spesso oggetto di ironie, quella sua passione per i cognomi che finiscono in "ic", come fossero un timbro magico di talento. Al presente si fa presto a ironizzare del resto, tutto è possibile e potenzialmente vero, ma gli anni presentano il conto e qui mettono i viola di fronte a una realtà dura da digerire: in una nave viola presa dalla tempesta, cioè, gli unici pilastri a cui aggrapparsi arrivano dal passato, da una gestione precedente, da un altro progetto "inglobato" da questo.

Andrea Della Valle e Pantaleo Corvino | Claudio Villa/Getty Images
Andrea Della Valle e Pantaleo Corvino | Claudio Villa/Getty Images

Dragowski ripercorre oggi quanto già mostrato a Empoli due stagioni fa, la capacità di esaltarsi quando viene chiamato in causa senza soluzione di continuità, di resistere sotto assalto, e contro l'Atalanta il passivo sarebbe potuto essere ben più severo senza i riflessi del polacco a tenere a galla Iachini e i suoi. Dall'altro lato Vlahovic, il classe 2000 ormai cresciuto e maturo, capace di tramutare una stagione partita nello sgradevole triangolo con Kouamé e Cutrone, senza un titolare e senza una fiducia stabile, fino ad arrivare a quell'insieme di tecnica, potenza e freddezza palesato negli ultimi mesi. Rischia peraltro di passare sotto silenzio la scalata tra i bomber viola dal 2010 in poi, con tanto di sorpasso su Jovetic e Simeone e col raggiungimento dei 15 gol segnati da Kalinic nella stagione 2016/17. Nel mirino ci sono Mutu e Gilardino, altri nomi che rimandano a un'altra Fiorentina: una scalata che, per assurdo, ha adesso un retrogusto agrodolce.

Pradè e Barone | Emilio Andreoli/Getty Images
Pradè e Barone | Emilio Andreoli/Getty Images

Lasciare un'eredità che frutti anche nel tempo è una virtù, di certo un motivo d'orgoglio per chi se ne va, ma dall'altro lato il presente chiede di essere almeno all'altezza di quello che fu: celebrare Dragowski e Vlahovic, in questo 2021, significa al contempo affrontare l'amara realtà di sessioni di mercato dall'esito sconfortante, anche a fronte di una spesa ragguardevole. Forse il solo Martinez Quarta riesce a fornire appigli e speranze, in una lista che a oggi conta soltanto scommesse fallite, elementi non funzionali e investimenti non ripagati sul campo, persino misteriosi in certi casi. E la possibilità che Commisso confermi Pradè, come uomo mercato viola, suona come un bonus di fiducia importante (per alcuni immeritato) che sarebbe fatale non sfruttare nel migliore dei modi, riuscendo finalmente a godersi nuovi frutti, sganciandosi dalla rendita del passato.

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