Vialli, la struggente lettera di Pessotto: "Sei qui con noi"

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Con Pavel Nedved dimissionario, seppur presente a bordo campo per assistere al riscaldamento della squadra, è Gianluca Pessotto l'unico dirigente in carica alla Juventus con un passato calcistico nel club.

Così è toccato proprio all'attuale coordinatore del settore giovanile ricordare l'amico Gianluca Vialli, compagno di squadra per una sola stagione in bianconero, seppur magica, quel '95-96 concluso con il trionfo in Champions League ai rigori contro l'Ajax.

Prima della partita contro l'Udinese, dopo il minuto di silenzio osservato dalle due squadre, Pessotto ha letto una struggente lettera rivolta a Vialli, nel silenzio commosso di tutto lo Stadium: "Ciao Luca, siamo sicuri che stasera sei qui da qualche parte in mezzo a noi - le parole di Pessotto mentre i giocatori erano ancora abbracciati e le luci dello stadio spente - Siamo venuti qui in tanti per farti sapere che non ti dimenticheremo mai e non smetteremo di volerti bene come è stato dal primo giorno. Sei stato per noi una guida in campo e fuori, compagno di spogliatoio, di vittorie, capitano, amico. Nessuno potrà scordare la tua ironia, la tua classe. Le emozioni che ci hai regalato con le tue giocate e i tuoi gol. Ci mancheranno tanto i tuoi sorrisi. Siamo insieme allo Stadium, pronti ad abbracciarti, come siamo stati pronti a esultare a ogni tua prodezza. Ciao capitano, fai buon viaggio, ti vogliamo bene".

Qualche minuto prima lo stesso Pessotto aveva ricordato Vialli ai microfoni di Dazn: "Stasera non è una partita come le altre, ci ha lasciato un personaggio unico, è stato fonte di ispirazione per tanti giovani. Non nego che quando sono arrivato in Juventus, nel 1995, una delle prime persone che ho incontrato, non sul campo, ma fuori, è stato proprio Gianluca. Avevo 24 anni, quindi vedere un'icona del calcio italiano e poi futuro compagno da vicino fu una grande emozione. È stato un grande compagno di squadra, un trascinatore, un leader, la sua mania di perfezione ci ha contagiato e quindi diventava obbligatorio tentare di non sbagliare nulla neanche in partitina. Era uno che pretendeva molto da se stesso e dai compagni. Ed era il modo migliore per formare e creare una mentalità vincente. E soprattutto era un uomo squadra".