Yaya "Firewall" Touré: la stellare carriera del gigante buono ivoriano, partendo dai primi calci al pallone

Mattia Gruppioni
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Quando si parla di calciatori africani, è facile ricordare, tra i più, i migliori cannonieri, i più importanti attaccanti del continente; si può pensare, quindi, a Didier Drogba, Momo Salah, piuttosto che Samuel Eto'o o, facendo qualche passo indietro nel tempo, George Weah. Ed ancora Roger Milla, Abedì Pelè o "La perla Nera" Larbi Ben Barek. Tutti attaccanti col vizio del gol, la velocità, la spietatezza sotto porta nel sangue. Ma come dimenticare, come non citare Yaya Touré, tranquillamente definibile il più forte centrocampista non solo della Nazionale ivoriana, ma anche dell'intero panorama africano di tutti i tempi. Ripercorriamo sin dalle origini la sua crescita, la sua formazione fuori e dentro il campo, che gli ha permesso di diventare uno dei giocatori tutt'oggi tra più amati e tra i più nostalgici del calcio moderno.

Gnégnéri Yaya Touré nasce in Costa d'Avorio, più precisamente a Bouakè, da un'umile famiglia di contadini ed agricoltori; fratello del celebre Kolo, visse i primi anni della propria infanzia in una difficilmente replicabile condizione di miseria e povertà, diventando, inoltre, l'apprendista del fratello maggiore e collaborando con lui nell'attività di lustrascarpe che intrapresero per guadagnare da vivere ed aumentare il reddito dei genitori. Secondo di nove figli, Yaya può permettersi esclusivamente un pasto al giorno, quello serale, per evitare poi di alzarsi la mattina seguente coi crampi allo stomaco. Quando il calcio è occasione di vita per Kolo, il fratello minore eredita proprio l'attività, salvo poi mettersi in mostra nelle strade della cittadina di Abidjan, colpendo i passanti sia con le sue giocate tecniche sia col suo imponente fisico, cresciuto a dismisura in poco tempo ma comunque snello, agile e frivolo.

Ecco, quindi, anche per Yaya l'occasione da non perdere: a soli 16 anni bussa alla porta di casa Toure l'ASEC Mimosas, società calcistica ivoriana, nota per aver distribuito e fatto crescere negli anni, giocatori dal calibro di Salomon Kalou, i fratelli Touré stessi, Didier Zokora ed anche "l'italiano" Gervinho. Il giovane approda nel settore giovanile nel 1996 e vi rimane sino al 2001, esordendo come senior a 17 anni e contribuendo alla vittoria del campionato. Dopo 5 anni in Costa d'Avorio, giunge la seconda occasione calcistica più importante in un breve lasso di tempo: Jean-Marc Guillou (ex nazionale francese) investe nel club belga del Beveren e porta alla propria corte ben 14 giocatori ivoriani, tra cui Yaya Touré. Dal 2001 al 2004, il giovane africano presenzia in maglia giallo-blu 70 volte, segnando 3 reti, per poi trasferirsi a Londra, sponda Gunners, in quanto un maestro di calcio come Arsene Wenger lo aveva ben visto e notato grazie al fratello Kolo, volendolo testare con la maglia Arsenal; una prestazione definita "completamente nella media" in un'amichevole fa saltare l'accordo tra i Gunners e l'entourage del giovane Yaya, desideroso di un primo vero contratto di lavoro e nostalgico al tempo stesso di casa.

Accetta, quindi, la proposta del Metalurh Donec'k, squadra di una città nata dalle macerie di un villaggio cosacco in cui Touré non si trova esattamente a suo agio, decidendo di cambiare aria ed aspettandosi quindi un radicale cambiamento, dato che nel tempo le sue doti stavano emergendo; Olympiakos, Grecia. Luce in fondo al tunnel della travagliata infanzia e della turbolenta adolescenza per Yaya, che nella penisola ellenica troverà subito sinergia con tale Trond Sollied, roccioso ex difensore norvegese che lo schiera perennemente allo spalle del messicano Nery Castillo ed accanto alla fantasia di Rivaldo. Non a caso, in una corazzata come quella bianco-rossa, il giovane e promettente ivoriano conquista il campionato, la coppa greca ed esordisce in Champions League (offrendo un assist allo stesso brasiliano), guadagnandosi anche la convocazione ai Mondiali tedeschi del 2006. Tutto ciò in un unico anno di militanza in Grecia: il talento sta per sbocciare e conoscere i più grandi palcoscenici europei, e non solo.

PATRICK BERNARD/Getty Images
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Il Monaco strappa l'ivoriano per soli 5 milioni di euro alla realtà ellenica, ma nel Principato Yaya Touré sembra fare più di qualche fatica e più di qualche passo indietro nel suo percorso di maturazione. Discute, non trova spazio e non ha un semplice rapporto col mister Bolloni, immediatamente cacciato dalla società monegasca per i pessimi risultati; Laurent Banide è il sostituto, dà maggior responsabilità e soprattutto fiducia al gigante di centrocampo, che è uno dei migliori nella seconda parte di stagione del club francese, contribuendo alla salvezza finale. Ma non c'è pausa alcuna, non un momento di pace per Yaya, che a 24 anni è ugualmente costretto a far le valigie di nuovo, pur essendosi dimostrato all'altezza e ragazzo maturo, nonostante gli screzi avuti con Bolloni.

CESAR RANGEL/Getty Images
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Questa volta, però, la destinazione non è per niente casuale. Anzi. Se già potevano non considerarsi banali piazze come Atene ed il Principato di Monaco, figuriamoci Barcellona. Sì, proprio quel Barcellona. La squadra che nel tempo ha saputo valorizzare, accogliere, acquistare talenti del calibro di Ronaldinho, Messi, Henry, Iniesta, Xavi, Puyol e tanti altri. Lo vuole Frank Rijkaard, e nonostante l'agguerrita concorrenza Yaya Toure trova spazio con continuità nell'undici iniziale. Rimarrà a Barcellona dall'estate 2007 all'estate 2010, sotto la guida di Rijkaard prima e del maestro Pep Guardiola poi: è lo stesso Guardiola ad affidarli le chiavi del centrocampo, assieme a due mostri sacri come Iniesta e Xavi Hernandez. In blaugrana, 118 presenze e 6 reti in 4 stagioni, contornate da due campionati spagnoli, una Coppa del Rey, una Supercoppa di Spagna, una Champions League, una Supercoppa Europea ed un'edizione del Mondiale per Club. Niente male per un giovane che fino a pochi anni prima giocava scalzo, senza scarpe né calze per le strade del proprio Paese, destreggiandosi e dribblando come se nulla fosse.

ANDREW YATES/Getty Images
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E Yaya non aveva ancora finito di stupire ed incantare. Le sue movenze, il suo calcio ritmato, nonostante la potenza e la stazza fisica, la sua agilità, la sua capacità di interpretare come pochi al mondo la fase di interdizione e quella di manovra, fecero apparizione anche in Inghilterra, la patria di centrocampisti centrali come Lampard, Gerrard, Scholes e Carrick. Chi lo volle al Manchester City, squadra in via di costruzione ed in mezzo ad un cantiere dal progetto prestigioso ed europeo? Roberto Mancini, conoscitore ed esperto di calcio, uomo che già aveva allenato centrocampisti tra i più forti al mondo (Stankovic, Cambiasso, Zanetti agli albori di carriera). Anche a Manchester Yaya Toure si consacra nell'olimpo dei grandi giocatori a livello globale. Rimane al City dal 2010 al 2018, diventando assieme a David Silva (che lascerà i Citizens poco più tardi) il giocatore più a lungo con la maglia azzurra addosso. Anche qui, il palmares di Yaya Toure è parecchio prestigioso: una Coppa di Inghilterra, ben tre campionati inglesi, una Community Shield ed infine, come ultimo trofeo nel 2018, una delle tre Coppe di Lega Inglese.

Comic Relief/Getty Images
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Firewall, detto anche l'Alto introverso, ha quindi avuto la capacità di incantare e stupire chiunque, in qualsiasi piazza. Non sono un caso anche i premi di livello individuale come Il Golden Foot Africano o il Premio di Miglior Giocatore della Coppa d'Africa, ricevuti per più anni. Colpisce di questo gigante buono l'umiltà, la personalità pacata, fortemente religiosa, senza mai una parola o un'azione fuori posto. Centrocampista poli-funzionale, trequartista o regista, passando per la mezzala moderna in grado di inserirsi e finalizzare e per il difensore centrale dal fisico possente e roccioso. Insomma, dentro e fuori dal campo Yaya Toure ha imparato ma soprattutto insegnato tanto, soprattutto per i grandi valori umani che sempre l'hanno contraddistinto. Ultimo romantico.